Negli anni Ottanta, Pripyat era una delle città più moderne dell’Unione Sovietica.
Dall’alto, i tetti dei palazzi raccontano una vita ordinaria, fatta di famiglie, bambini che giocavano nei cortili e adulti che lavoravano alla centrale nucleare.
Questi edifici, pensati per il futuro, sono rimasti immobili nel passato, bloccati al 26 aprile 1986.
Oggi, i tetti silenziosi osservano un paesaggio senza voci, memoria di una città che doveva crescere e che invece è diventata eterna testimone della tragedia.





























